NON HO L’ETÀ, PER GIOCARE, NON HO L’ETÀ…

Partiamo da un presupposto: a 44 anni, nonostante tutta l’esperienza editoriale accumulata, a coordinare la redazione di un portale dedicato al mondo del gaming ci si sente a disagio…

Ci si sente a disagio per vari motivi: perché fai fatica a volte a seguire le evoluzioni di un mercato che sta crescendo in maniera molto più frenetica di quanto facesse quando eri adolescente e i videogiochi erano il tuo pane quotidiano; perché spesso ti trovi a confrontarti con colleghi che hanno la metà dei tuo anni e che sembrano decisamente più esperti di te su molti argomenti (salvo poi non aver mai atteso con pazienza Zen i caricamenti di un Commodore 64); perché in qualche modo l’aspetto ricreativo dei videogiochi è ancora determinante per te in un mondo di sfide online tra migliaia di utenti alla ricerca di un trofeo che non sai bene su quali basi ti meriterai, per non contare i montepremi di molti tornei con cifre a 5 o 6 zeri…

Insomma, sono ben avviato a diventare un boomer, ed è inutile negarlo.

Però in questa crisi esistenziale di mezza età non me la sento di accollarmi tutte le colpe. Negli ultimi mesi, su scala globale, il mondo dei videogiochi è stato sotto i riflettori in vari modi, e spesso in discussioni legate all’età dei giocatori.
Cerchiamo di orientarci un po’…

In tutto il mondo si sta parlando, a fronte della crescita del fenomeno degli eSports, di regolamentazioni più o meno stringenti delle attività collaterali legate ad essi, in particolare del fenomeno scommesse, per evitare di instradare soggetti deboli al gioco d’azzardo (ricordiamoci che molti gamer professionisti iniziano la professione ben prima dei 18 anni), di alimentare ludopatie e di legarsi a brand che non hanno una immagine eticamente integerrima.

Alcune nazioni hanno già vietato le scommesse su competizioni videoludiche in cui gareggino minori, e alcune software house hanno preso le distanze da tornei internazionali, anche noti, che pubblicizzassero o collaborassero con brand di betting.

Misure a tutela dei minori, sicuramente giuste, anche se forse aggiustabili nell’applicazione. Ma il punto è che alla fine le principali community e i principali tornei sono stati vietati ai minori, piuttosto che estromettere realmente chi gestiva le scommesse sui match, preferendo quindi l’introito economico al fine puramente ludico. Comprensibile, da un punto di vista prettamente aziendale, ma quanto corretto sul fronte della cultura videoludica?

Escludere dei ragazzi dai tornei di videogiochi è una scelta vincente? O rischiamo di perdere una generazione di gamer professionisti per tenere al caldo le spalle di aziende eticamente opinabili?

Dall’altra parte, l’autorità di regolamentazione PEGI ha vietato ai minori l’ultimo gioco dei Pokemon per riferimenti al gioco d’azzardo. Attenzione, tale riferimento è solo una ambientazione, un casinò in cui si svolgono i tornei tra Pokemon ma in cui non si vede scommettere, oltre a non poterlo fare i giocatori. Sembrerebbe la tipica azione a tutela dei minori, ma ancora una volta la tutela diventa esclusione (peraltro in un titolo che ha sempre avuto un target di pubblico molto giovane). Intanto però ci sono decine di giochi online dove tra acquisti in game e lootbox si spillano soldi ai ragazzini sfruttando dinamiche molto vicine a quelle del gioco d’azzardo, e nessuno sembra ritenere necessaria una regolamentazione seria al riguardo.

Quindi i videogiochi sono ormai destinati a un pubblico adulto, sembrerebbe…

Però ad Agosto il Telegraph, autorevole testata britannica, pubblica un editoriale infuocato in cui si dice che gli uomini adulti che passano troppo tempo davanti ai videogiochi stanno buttando via le loro vite. E l’editoriale è firmato da una giovane sociologa, non da chissà quale attempato giornalista old style. Io di solito mi rimprovero di non avere mai abbastanza tempo per giocare, se non per motivi lavorativi, e pernso che forse la mia vita la sto buttando via ma non troppo lontano, e magari faccio pure in tempo a riprendermela facendo due passi, che fa anche dimagrire.

E a tal proposito escono su tutti i giornali italiani articoli su un recente studio che afferma che 2 ore di videogiochi permetterebbero di bruciare calorie come un’ora di bicicletta a ritmi sostenuti. Certo, praticamente nessuna testata, nella forsennata ricerca del titolo acchiappaclick, ha fatto notare da subito che si parla di videogiochi a livello agonistico e tornei di eSports, con un livello di concentrazione e di stress notevoli oltre che di un periodo di allenamento pregresso che comprende anche elementi di preparazione fisica per evitare crampi da postura. E soprattutto vuol dire che no, non vi verranno gli addominali scolpiti giocando ad Angry Birds mentre siete seduti sulla tazza.

Insomma, tutti, ma proprio tutti, sui videogiochi hanno intenzione di dire la loro su chi può e non può giocare, su chi può e non può lucrare.

Mi chiedo se tra questi c’è ancora chi si ricorda che si può videogiocare anche solo per divertirsi. Ma forse è un discorso da boomer…

ANTONIO RECUPERO