NY LOVES SPIDERMAN: LA CITTÀ E L’EROE

Quando negli anni ‘60, Stan Lee e Steve Ditko, sulle pagine di Amazing Fantasy 15, crearono il personaggio di Spider-Man, non avevano forse previsto che sarebbe diventato il simbolo della Marvel Comics, nonché l’archetipo su cui si sarebbero basati buona parte dei futuri supereroi.

Certo, l’intenzione di creare un personaggio affascinante, sfaccettato e imperfetto, con cui poter eventualmente raccontare un percorso di crescita personale, era evidente, eppure niente avrebbe portato a pensare che quello sarebbe diventato forse il supereroe più amato in assoluto (soppiantando ampiamente i grandi nomi della concorrente DC Comics, come Superman e Batman).

Nonostante la definizione di “amichevole Spider-Man di quartiere”, la dimensione metropolitana del personaggio iniziò ben presto a essere valorizzata. Un novello Tarzan che per spostarsi oscillava nella giungla di cemento cittadina appeso a delle liane di ragnatela: era talmente folle da essere affascinante. I disegnatori degli anni ‘70, in particolare il veterano John Romita (che dalla fine degli anni ‘80 venne eccellentemente seguito dal figlio John Romita Jr.), avevano iniziato a divertirsi con le interazioni tra l’alter ego mascherato di Peter Parker e una New York che era frutto del rapporto delle persone con le architetture tendenti al cielo della città.
Spider-Man era sempre più il frutto di una evoluzione antropologica pensata per vivere in un mondo di grattacieli.

Questa spettacolarizzazione dell’agilità di Spider-Man (ripresa parzialmente da altri personaggi a dimensione urbana, come Daredevil) ha il suo boom nel momento in cui, già prima dei disegni ipercinetici degli anni ‘90, trova sfogo nelle animazioni utilizzate per le serie di cartoni che dalla fine degli anni ‘70 in poi hanno raccontato le avventure del Tessiragnatele.

Certo, non erano all’avanguardia tecnica, e per non rendere più complesse le animazioni spesso si risparmiavano di disegnare le ragnatele su buona parte del costume (che così sembra più che altro un pigiama), ma la visione in prospettiva di Spider-Man che si lanciava appeso alla sua tela nel canyon artificiale formato dai grattacieli di Manhattan non poteva non mettere qualche brivido.

I film di Sam Raimi sono stati il punto di passaggio nel raccontare al grande pubblico il rapporto tra una New York complessa e sfaccettata e il suo supereroe. Una storia di amore e di paura, che si consuma tra i vicoli con i tombini che lasciano uscire vapore e le superfici scintillanti dei palazzi delle grandi compagnie. NY, al tempo dell’uscita del film, si stava ancora riprendendo dalle ferite dell’attentato dell’11 Settembre, e l’immagine delle due Torri venne rimossa dall’intero film, se non in un easter egg, un riflesso sulle lenti della maschera di Spider-Man, visibile per circa un secondo. In qualche modo, era l’ennesima dichiarazione d’amore che l’eroe e la città si scambiavano, anche se in un momento di lutto.

La scena della battaglia in metropolitana con il Dottor Octopus, con tanto di sforzo estremo finale dello Spider-Man interpretato da Tobey McGuire ha messo in evidenza ancora maggiore l’importanza delle strutture urbane come strumento di manifestazione dell’affetto tra il supereroe e la comunità dei cittadini newyorchesi. Un atto d’amore che diventa quasi un atto di fede reciproca (e che purtroppo sembra perdersi nell’incarnazione cinematografica più recente del personaggio, considerata canonica dai Marvel Studios).

Ancor più accentuata è l’importanza della dimensione urbana nelle varie incarnazioni videoludiche dell’araldo di casa Marvel. Se in precedenza, il limite tecnico della potenza di calcolo rendeva complessa la gestione di una ambientazione come Manhattan con un approccio “open world”, lasciando spesso spazio a incongruenze, bug e situazioni inverosimili nel movimento del personaggio, con il gioco Spider-Man per PS4 abbiamo finalmente potuto godere appieno delle straordinarie possibilità di movimento del supereroe in una ambientazione che si sviluppa anche oltre i cento metri in altezza, con movenze accurate e una gestione credibilissima della fisica dei corpi e della gravità. 

Lanciarsi a corpo morto dalla cima dei palazzi, cercare punti di appiglio, sfruttare la gravità per darsi la spinta nelle oscillazioni: tutto funziona a puntino, e la città è fondamntale per rendere unica l’esperienza. Nei pochi ambienti con altezza ridotta (magazzini o aree con edifici bassi) si avverte fortemente la mancanza di movimento a cui il titolo ci abitua nel resto del gioco, e che diventa un unicum a tratti più divertente delle stesse missioni da affrontare. Spider-Man e la dimensione metropolitana si appartengono a vicenda, e la dimensione metropolitana di New York è quella in cui può sfruttare al massimo il suo potenziale. Non è un caso che nel sequel dedicato a Miles Morales (il nuovo tessiragnatele di origine afro-ispanica, creato sulle pagine di Utimate Spider-Man e poi divenuto protagonista dello spettacolare film di animazione “Into the Spiderverse”, premiato con un Oscar), Insomniac abbia sostanzialmente mantenuto mappe e strutture invariate, a parte alcuni elementi necessari alla nuova trama. Se avessero curato di più la correzione di alcuni glitch che rovinano alcune sequenze sarebbe stato anche meglio…

Questo è probabilmente il motivo per cui, sia nei fumetti che nelle versioni cinematografiche, ambientazioni differenti non riescono a rendere al massimo lo spirito del personaggio. Penso alla Venezia vista in Spider-Man Far from Home, soprattutto (ma potrebbe anche essere la Venezia vista in “il segreto del vetro”, italianissima storia realizzata da Tito Faraci e Giorgio Cavazzano, autori disneyani “in trasferta” per l’occasione).

Ma anche città come Roma o Bologna o Napoli, dopo un primo senso di meraviglia, toglierebbero qualcosa al supereroe, piuttosto che conferirgli un plus.

Basterebbe allora qualunque grande città americana a dare a Spider-Man la sua ragion d’essere? Non esattamente…

Come dicevamo, oltre che coi grattacieli, il rapporto speciale di Peter Parker e del suo alterego ragnesco è con la cittadinanza, una comunità cosmopolita, che mescola etnie e ranghi sociali differenti e con cui si crea un rapporto fideistico. La gente di NY ama Spider-Man perché è uno di loro. E anche quando lo odia (come J.Jonah Jameson insegna) è sempre perché è uno di loro. Quando hai come vicino l’amichevole Spider-Man di quartiere (anche se il tuo quartiere è Manhattan) puoi adorarlo o meno, esattamente come capita con quei vicini di casa troppo gioviali. Una delle tante cose belle della vita di città…

ANTONIO RECUPERO