ANIME E SPORT - INTERVISTA A FABIO BARTOLI

Nel mese di Giugno 2021, la casa editrice Tunué ha dato alle stampe, nella collana di saggistica Lapilli, il libro “Anime e Sport – Grandi atleti nella realtà e nell’animazione giapponese”, scritto da Fabio Bartoli, autore ormai veterano nella saggistica sulla cultura pop giapponese.

Indagando, grazie anche al pretesto delle Olimpiadi di Tokyo attualmente in corso, sull’influenza che lo sport ha avuto sulla cultura pop nipponica, in particolare analizzando manga e anime, Bartoli crea un quadro storico preciso ed esauriente, completato poi da interviste a atleti nostrani che sono a loro volta stati influenzati da manga e anime nella scelta della loro carriera.
Abbiamo rubato a Fabio qualche minuto per porgli alcune domande al riguardo.

Ciao Fabio, il tuo libro unisce all’analisi storica e sociologica una forte componente emotiva. Le interviste ma anche l’analisi dei vari manga e anime hanno il pregio di catturare l’attenzione dei lettori. Quanto tempo ti è servito per arrivare a una struttura così equilibrata?

Ciao Antonio, mi fa piacere che tu colga questi aspetti! La componente emotiva è alla base del libro ed è un elemento spesso considerato sconveniente, che può in qualche modo inficiare la lucidità dell’analisi, ma nel mio caso è imprescindibile partire da lì. Sono le nostre passioni che ci danno la motivazione necessaria per concepire e realizzare i nostri progetti! Poi però c’è appunto il momento dell’analisi e ho avuto molto tempo per dedicarmi a questo aspetto, anche raffreddando gli ardori iniziali: ho iniziato a scrivere il libro nel 2016 per poi portarlo a termine a inizio 2021, periodo intervallato da pause più o meno lunghe. Prima della pubblicazione, poi, inevitabilmente ho dovuto riconsiderarne alcuni aspetti alla luce della pandemia, che ha fatto slittare i Giochi di Tokyo ammantandoli anche di una forte incertezza. 

Gli interventi di personaggi come Bebe Vio, Valentina Vezzali, Dino Zoff, Vincenzo Nibali e tutti gli altri sono uno dei punti forti del libro, innegabilmente. Quanto è stato complicato arrivare a loro e avere la loro disponibilità al progetto?

Si è trattato di un lungo lavoro di networking in effetti. La partenza è stata un po’ rocambolesca, dal momento che il contatto della prima atleta intervistata, la ginnasta Alija Mustafina, l’ho ottenuto nell’ambito di un evento di gala per gli olimpionici russi di Rio de Janeiro 2016 (all’epoca vivevo a Mosca, dove in seguito ho anche incontrato Bebe Vio). Avevo solo un pass stampa ma sono riuscito a intrufolarmi nella sala della cerimonia, ci vuole un po’ di intraprendenza per arrivare all’obiettivo. Poi alcuni li ho raggiunti grazie a conoscenze comuni e altri tramite mail mandate a manager, federazioni… Tutti i contatti possibili sono stati buoni. Come scrivo nei ringraziamenti agli atleti, avevo da offrir loro solo un’idea in cui credevo e questo mi ha dato la sicurezza anche un po’ sfrontata per contattare dei mostri sacri dello sport. Credo che abbiano percepito questa mia motivazione, nonostante alcuni di loro fossero inizialmente un po’ disorientati per via della loro scarsa familiarità con manga e anime.

Cartoni e manga a tema sportivo hanno fatto parte dell’infanzia e adolescenza di molti di noi. Quale era per te quello imprescindibile da seguire?

Io sono nato nel 1980 e quindi i miei pomeriggi erano scanditi principalmente da Captain Tsubasa (all’epoca adattato in Holly e Benji, due fuoriclasse) e Attacker You! (Mila e Shiro, due cuori nella pallavolo).

La visione dello sport dei giapponesi, negli anime, è spesso epicizzata all’eccesso. Ma nella quotidianità hanno davvero tutto questo senso di abnegazione nelle attività sportive?

Da quello che ne ho dedotto dalla ricerca per scrivere il libro, credo che la verità stia nel mezzo. Quello che è sicuro è che passano tantissimo tempo sul campo di allenamento ma, come mi ha confidato Alessandro Maestri, giocatore di baseball con un passato anche in Giappone, a volte semplicemente per compiacere l’allenatore e a scapito del risultato effettivo… Di contro però, sempre per restare nel baseball, mi ha molto colpito sapere che diversi adolescenti ci hanno rimesso la completa motilità del braccio per lanciare durante il torneo giovanile Kōshien, che lì ha una grandissima importanza. L’unico atleta giapponese che sono riuscito a intervistare, il giocatore di football americano Hayato Arima, invita a considerare questi eccessi come figli del passato, esortando a prediligere l’equilibrio e la moderazione. 

Le Olimpiadi di Tokyo, pur tra mille difficoltà dovute alla pandemia in corso, non hanno rinunciato alla maggior parte degli eventi della loro “road to”. Tra questi vi è stato un torneo di gaming fortemente voluto che da molti appassionati è visto come un primo passo per l’ingresso degli eSport nel mondo Olimpico. Tu come ti rapporti al mondo videoludico? E come valuteresti l’inclusione dei videogiochi tra le discipline ufficiali?

Direttamente al mondo videoludico ormai mi rapporto poco: una partita a FIFA non la nego a nessuno ma, da quando mio nipote lo ha disinstallato sulla sua playstation (cosa che non farebbe mai con Fortnite o Call of Duty), ormai le occasioni si sono notevolmente diradate. Giocavo molto da bambino, sì, ma si tratta veramente di ere geologiche fa se pensiamo a come questo settore si sia evoluto. Ora si tratta di un fenomeno che mi interessa di più a livello sociologico per via della sua portata sempre maggiore a livello globale e mediatico: non può lasciare indifferenti una forza così trainante, in grado di coagulare intorno a sé milioni e milioni di persone in tutto il mondo. Riguardo l’inclusione dei videogiochi tra le discipline ufficiali, ovviamente l’ultima parola spetta al CIO ma io credo che non ci si debba precludere niente, in fondo i Giochi si evolvono con il mondo che gli fa da cornice. Credo che se anche solo una ventina di anni fa qualcuno avesse ventilato l’inclusione dello skateboard tra gli sport olimpici molti avrebbero storto il naso, eppure… L’elemento nuovo che l’eventuale inclusione degli eSport porterebbe con sé a mio modo di vedere concernerebbe una nuova riflessione riguardo la figura dell’atleta, che siamo abituati a considerare come il perfetto connubio tra mente e corpo. Nel caso di un gamer, invece, le due componenti sono completamente sbilanciate a favore di quella mentale. O almeno è quello che credo da profano. 

Ringraziamo molto Fabio per la sua disponibilità, e consigliamo ancora una volta a tutti il suo libro, per uno sguardo diverso al mondo dello sport.

Per chi volesse, il libro è acquistabile a questo link!

ANTONIO RECUPERO